
A Sua Eccellenza – l’on. Giorgia Meloni, – Presidente del Consiglio dei Ministri – via: segrcd@governo.it
e, p. c., Loro Ecc.ze – * Ministro dell’Economia e delle Finanze – Dott. Giancarlo Giorgetti: caposegreteria.ministro@mef.gov.it – * Ministro degli Affari Esteri – Dott. Antonio Tajani, via: gabinetto@esteri.it
Coi di Val di Zoldo, 18 febbraio 2025
Oggetto: Proposta di un decreto legge sul «Riconoscimento degli effetti civili ad alcune festività di particolare rilevanza culturale e storica per i Popoli italiani».
Illustre signora presidente del Consiglio dei Ministri,
tra le realtà oggettive che costituiscono un Popolo e una Nazione vi è quella delle sue festività, che garantiscono il perdurare della identità collettiva al di là dei mutamenti generazionali e istituzionali, interni e internazionali.
Tanto più questo è vero nel caso della Repubblica Italiana, sorta dopo un processo lungo e faticoso, anche sofferto, con il non facile bilanciamento delle diverse esigenze e identità dei singoli Popoli preunitari, che ne costituiscono, ancor oggi, la ricchezza multiforme per cui l’Italia è apprezzata e osservata dalle altre Nazioni con un occhio di riguardo.
Il Legislatore, consapevole dell’importanza delle festività nella vita dei Popoli ha perciò ripetutamente posto mente alla questione, cercando di definirla in una prospettiva per quanto possibile stabile, consapevole che di questa stabilità ne avrebbe tratto beneficio l’intera Nazione.
Al Decreto Legislativo del Capo provvisorio dello Stato [De Nicola] 15 dicembre 1947, n. 1549, «Norme sulla retribuzione delle feste infrasettimanali a favore dei salariati statali» (GU 17 gennaio 1948, n. 13) è così seguita la fondamentale Legge 27 maggio 1949, n. 260, «Disposizioni in materia di ricorrenze festive» (GU 31 maggio 1949, n. 124), che è il testo normativo di riferimento-base ancora in vigore, nonostante alcune, successive modifiche.
La prima di tali modifiche si è avuta con la Legge 4 marzo 1958, n. 132 (GU 13 marzo 1958, n. 63), che ha introdotto (come dice il titolo) la «Ricorrenza festiva del 4 ottobre in onore dei Patroni speciali d’Italia San Francesco d’Assisi e Santa Caterina da Siena», successivamente modificata, essa stessa, con Legge 10 febbraio 2005, n. 24 (GU 2 marzo 2005, n. 50) e la specificazione (art. 1) che si tratta, oltreché di festa in onore di San Francesco d’Assisi e di Santa Caterina da Siena, di «giornata della pace, della fraternità e del dialogo tra appartenenti a culture e religioni diverse».
Un ulteriore, importante provvedimento di modifica dell’elenco delle giornate considerate festive si è avuto con la Legge 5 marzo 1977, n. 54 (GU 7 marzo 1977, n. 63), dettante « Disposizioni in materia di giorni festivi». Il Governo di allora ritenne che fosse necessario ridurre in parte il numero dei giorni festivi religiosi ai quali erano riconosciuti gli effetti civili; lo fece, disse, per incentivare la ripresa economica. All’art. 1, perciò, dispose: «I seguenti giorni cessano di essere considerati festivi agli effetti civili: Epifania; San Giuseppe [il 19 marzo]; l’Ascensione [data variabile, essendo collegata alla Pasqua]; il Corpus Domini [idem]; Santi Apostoli Pietro e Paolo [il 29 giugno]»; in totale cinque giornate.
Era evidente che il provvedimento aveva dalla sua ben fragili ragioni di necessità produttiva per il reddito nazionale, poggiandosi su basi così dubbie, e nello stesso tempo costituiva invece un vulnus doloroso indubitabile al patrimonio identitario, che pure e non meno necessita sempre di tutela e giusta valorizzazione. Infatti, già il 28 dicembre 1985 (quindi appena otto anni dopo), con Decreto del Presidente della Repubblica n. 792 (GU n. 306 del 31 dicembre 1985), all’art. 1 veniva di nuovo riconosciuto il carattere festivo nazionale alla solennità dell’Epifania (il 6 gennaio) e, limitatamente al Comune di Roma, a quella dei Santi Pietro e Paolo.
Per le vicissitudine qui esposte, cfr: https://presidenza.governo.it/ufficio_cerimoniale/normativa/legge_19490527_260.pdf ).
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A me incombe ora il dovere morale, come persona e come sacerdote, di far presente che da molti anni mi giungono segni di sofferenza (quando non di insofferenza) per la soppressione degli effetti civili alle cinque indicate ricorrenze, ovvero (essendo stata ripristinata quella dell’Epifania) per le quattro non più valorizzate come parte del patrimonio storico e identitario nazionale, essendo quella dei Santi Pietro e Paolo stata riconosciuta solo per Roma, come se i cattolici e i cittadini del resto d’Italia fossero meno interessati a celebrarla, come SEMPRE avevano fatto, nei secoli dei secoli, prima del 1977.
I motivi di questa sofferenza sono tre:
1) Culturale nazionale. Molte persone, anche non praticanti il cattolicesimo, hanno la sensazione che il Governo in questi ultimi 48 anni abbia abdicato al suo obbligo di tutela del patrimonio identitario nazionale, per consentire, «goccia dopo goccia», il propalarsi di visioni ideologiche estranee alla nostra cultura e, in più di un caso, qualitativamente assai inconsistenti («alla moda»). Non si tratta di difendere, e nessuno chiede di privilegiare una religione a discapito di altre, ma di tener desta la memoria collettiva del come tante realizzazioni, che costituiscono parte del patrimonio di civiltà di cui godiamo, siano collegate, di fatto e storicamente, alla miglior anima della religione cattolica, secondo il detto e il senso della frase di Benedetto Croce, per cui osservava: «Non possiamo non dirci cristiani».
2) Culturale internazionale. Persone di mia conoscenza, delle provincie autonoma di Bolzano-Bozen, di Udine, di Gorizia, di Trieste, ma anche di Bari e Catania, nonché di altre località, mi hanno fatto più volte notare come nelle aree e negli Stati limitrofi (Austria, Germania, Svizzera, Croazia, Slovenia…) ma anche in Spagna, Polonia, ecc., vengano festeggiate, senza alcuna difficoltà, giornate quali l’Ascensione, il Corpus Domini, la stessa Pentecoste (persino con il lunedì successivo, nonché il venerdì santo), la festa dei Patroni e altre ricorrenze. Essendo vacanza in quei Paesi, in tali giorni, molti vengono in Italia e trovano un ostacolo, sia negli spostamenti (per il concomitante transito da noi dei mezzi pesanti) come nella recettività alberghiera, che, non coordinata da noi in Italia, risulta forzatamente ridotta a livello di personale. Da un punto di vista turistico, pertanto, ciò si risolve in un danno sia di immagine come di introiti.
3) Economico in genere. Mi è stato fatto osservare, infine, che la motivazione della soppressione delle indicate feste tradizionali dei Popoli italiani tutti, da Nord a Sud, non ha neppure portato al beneficio economico sperato (tutt’altro!). La reintroduzione, infine, degli effetti civili alle giornate indicate non graverebbe neppure sul bilancio dello Stato, perché tutti i giorni festivi aboliti verrebbero compensati in Italia come giorni di ferie supplementari; e dunque…
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Propongo, pertanto, come ragionevole sotto ogni profilo, a distanza di 48 anni, il recupero degli effetti civili alle feste di San Giuseppe (il 19 marzo), dell’Ascensione, del Corpus Domini e dei Santi Pietro e Paolo (a tutto il territorio nazionale).
Si potrebbe osservare e in qualche modo obiettare che, a tal fine, sarebbe necessario un accordo con la Santa Sede. Questo non è assolutamente vero! Se, infatti, alcune festività possono essere concordate tra la Repubblica e la Santa Sede, come da accordo (con protocollo addizionale) firmato a Roma il 18 febbraio 1984 e ratificato con legge 25 marzo 1985, n. 121 (GU 31 dicembre 1985, n. 306), non è detto da alcuna parte che alcune festività non possano essere tali, anche per gli effetti civili, su esclusiva iniziativa della Repubblica; il che, in effetti, già avviene ed è avvenuto per alcune feste proprie della Repubblica. In questo caso, tra l’altro, un accordo con la Santa Sede non solo non è necessario, ma sminuirebbe il significato pieno del provvedimento normativo che verrebbe adottato, riducendolo ad una specie di soluzione patteggiata, mentre esso ha senso come iniziativa libera, indipendente e convinta del Governo italiano, messa in atto nell’interesse nazionale; il che sufficit.
Resto pertanto fiducioso dell’attenta valutazione di questa proposta e, con l’occasione, porgo a Lei e ai Ministri che ci leggono per conoscenza il migliore, distinto saluto.
Don Floriano Pellegrini
Membro della Société européenne de culture – Via Belina, 16/c – 32012 Val di Zoldo (BL) – Via: 2016.baliato.daicoi@gmail.com
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