
Santità,
Laudetur Iesus Christus! In questo saluto, che la Fede condivisa delle generazioni ci insegnava ad usare fin da bambini – assieme all’esclamazione: «Viva Cristo Re!» (che ricordava la persecuzione della Chiesa, un secolo fa, nel Messico) – è racchiuso il senso più alto del vivere di ogni battezzato e apostolo. Proclama, infatti, quell’ essere pellegrini che pure il nome di famiglia mi ricorda. Quel saluto era, già come tale, una piccola catechesi e una professio Fidei sul senso del vivere quale pellegrinare, ben diverso da un semplice andare, essendo esso consapevole che infine, quando a Dio piacerà, si concluderà in civitatem sanctam Jerusalem. L’amata, l’attesa, l’invocata…
Mi piace ora affiancare il Suo pellegrinaggio terreno nel momento in cui sta per iniziare ufficialmente il ministero petrino; lo faccio con l’affetto di quasi coetaneo (sono del 1956), con la preghiera, e con la condivisione di alcune prospettive e alcuni desiderata che mi stanno particolarmente a cuore.
1) Ho ben presente com’era la vita cattolica prima delle riforme conciliari. Ero chierichetto e avevo imparato a memoria come rispondere alla Messa (si diceva così), celebrata nel rito tridentino. Ero piccolo, ma mi rendevo conto che qualcosa doveva essere cambiata, non perché quel rito non andasse bene, ma perché cominciava ad essere sentito come un retaggio del passato, pur continuando ad essere, come ancora è, ottimo. E, dunque, cosa non funzionava più, cosa doveva essere cambiato?
Dopo un primissimo momento di sconcerto (lo ricordo), la riforma liturgica del Concilio venne accolta con favore. Sia mia madre come mio padre, autentici cattolici – santamente cattolici – ne trovarono dei vantaggi; poi, però, successe un qualcosa per cui quella liturgia (Messa e Vesperi) sembrò loro, a non solo a loro, un allontanarsi e uno svuotarsi dal suo cuore pulsante, che è il mistero dell’Eterno nel tempo. La crisi della liturgia, ché tale divenne con il passare degli anni, si trasformò infine in una sanguinosa crisi del sacerdozio e poi, per inevitabile conseguenza, in crisi dell’episcopato, che permane tutt’ora, aggravata.
2) In quel periodo di auspicati cambiamenti e di inattesi smarrimenti, di gioiosi slanci e di brusche cadute, una mano invisibile mi accarezzava il cuore, una voce mi parlava senza parlare, suscitando in me la percezione di un invito sorridente e incoraggiante, di una proposta e di un dono, di un impegno di servizio e di fedeltà e, nel contempo, di realizzazione di un mio libero sì d’amore. In un succedersi di miei sì e di miei no, si faceva strada in me o, meglio, si apriva in me quella speciale finestra sulla Chiesa di Cristo che è stata la vocazione; ma vocazione a cosa?
La Chiesa stessa me l’avrebbe indicato! E tale indicazione mi venne il 13 luglio 1967. Quel giorno, vigilia del mio compleanno, di ritorno da un campeggio vocazionale, incontrai per la prima volta Albino Luciani! Fu un caso, fu una provvidenza, che fu? Da allora don Albino, come in semplicità veniva chiamato da tutti, divenne il mio punto di riferimento. Ci rincontrammo alcune volte, ad esempio nel 1973, quando divenne cardinale. Poi, nel luglio 1978, un mese esatto prima di diventare Papa, scrisse a me, allora semplice seminarista, una letterina nella quale sembra essere consapevole di quanto stava per succedere. E, ancora adesso, mentre Le scrivo, ho qui davanti, sul tavolo, una copia del suo «Catechetica in briciole» del 1949…
3) Se la vocazione mi è stata offerta e donata tramite i genitori, il parroco dell’infanzia e il vescovo Luciani, la mia anima si è abbeverata, quando si è abbeverata, alla sorgente diretta che, depositata nella Chiesa (come sempre diceva madre Trinidad), è il cuore pulsante, ferito e sgorgante, di Cristo, l’Agnus Dei.
Sono consapevole che l’umanità, assetata di Dio pur senza rendersene perfettamente conto (e come potrebbe, se non lo conosce?) invoca dalla Chiesa e dai singoli cristiani attenzione, solidarietà e un mutuo dialogo: costante, sincero e costruttivo, nella verità e nella carità. Ma proprio perché mosso da spirito di verità e di carità, ogni cristiano (soprattutto se sacerdote o vescovo) percepisce che tale dialogo non sarà mai completo, e dunque neppure realmente tale, se non sfocerà in una umile sì ma ardente professio Fidei in Colui e di Colui che è la Carità e la Verità: il Verbo incarnato e immolato. Per Ipsum, cum Ipso et in Ipso.
4) L’anima che si disseta canta; l’anima di chi vede canta; l’anima di chi si sente amato canta. La professio Fidei, che pur è tale e deve essere tale e non sarà mai abbastanza tale, lo sarà in tanto in quanto diventerà cantus Fidei.
Se il Figlio è Verbum, è il Verbum che canta. Il mondo ha bisogno di imparare quel canto! Ha bisogno di conoscere, intuire, riconoscere e apprendere il canto del cuore del Figlio al Padre, di riconoscere nel canto del Figlio il canto del cuore del Padre, che in Lui ama senza sosta il mondo! È lo Spiritus in canto!
5) Se sono stato in grado di percepire la vocazione come tale, e non come semplice proposta e progetto umani, è stato tramite il canto. Ricordo: ero bambino delle elementari; per andare alla chiesa parrocchiale, dal mio paesino sulle Dolomiti venete, a 1500 metri di altitudine, dovevamo attraversare il bosco di larici, maestoso, solenne, nei lunghi mesi dell’inverno imbiancato di neve, echeggiante del sibilo del vento e di prolungati silenzi; a piedi, alcuni chilometri di andata e altrettanti per il ritorno. Anche noi bambini, anche gli adulti, camminando facevamo silenzio; ma le nostre anime cantavano; in noi continuavano a inebriarci le note degli antichi canti liturgici della nostra Terra, della nostra storia. Nei canti nostri c’erano i sudori e le speranza, gli scoraggiamenti e gli incoraggiamenti; il canto era la voce della Terra e del Popolo, della Fede di una Terra e di un Popolo. Essi erano i canti gregoriani ma soprattutto i solenni canti patriarchini, cioè dell’antico patriarcato di Aquileia. Mai avrei immaginato che, entrato in seminario nel 1970, avrei fatto la dolorosa scoperta che quei canti erano diventati proibiti; c’era qualcosa di grave che stava succedendo, ma io sapevo di essere, come sono, figlio spirituale, se pur indegno, di Aquileia!
6) La storia del nostro Patriarcato è una storia di fedeltà cattolica e di sofferenza, cui Lei può e La prego di rimediare. Con la bolla «Iniuncta nobis» del 6 luglio 1751 il nostro glorioso patriarcato venne soppresso; Benedetto XIV, pur ottimo Papa per varii aspetti, cedette alle pressioni dell’Impero d’Austria e della Repubblica di Venezia, che lo sentivano come un soggetto scomodo; è necessario ricostituirlo! In parte già l’ha fatto San Paolo VI, ricostituendolo nel 1968 come sede titolare; è un primo passo e da Lei ci attendiamo il secondo e definitivo.
Aquileia è Chiesa figlia di Alessandria d’Egitto; tra le due città del Mediterraneo (a sud e a nord) esisteva un florido commercio, che faceva capo – con tutta probabilità – alle due comunità ebraiche cittadine che, gradualmente, aderivano al cristianesimo. L’antica sede vescovile di San Marco (Alessandria) e quella da essa sgorgata erano perciò, e ancora potrebbero essere, un ponte prezioso tra Oriente e Occidente, tra Europa e Africa settentrionale. Il motivo politico della soppressione del 1751 oggi non ha più ragion d’essere; i motivi di evangelizzazione, di Fede e di rispetto dei Popoli interessati, invece, sono più vivi che mai. La prego: non permetta che gli antichi canti e le antiche liturgie, che le sono proprii, goccia dopo goccia vadano spegnendosi, per colpevole incuria e indifferenza spirituale, dopo che i nostri padri e le nostre madri spontaneamente hanno continuato a far riferimento ad essi, non solo dopo il 1751 ma già da dopo il Concilio di Trento, tutte le volte che qualche patriarca o vescovo cercava di proibirli, per farsi bello davanti a Roma. Confido nell’opera Sua e dei Dicasteri competenti!
7) Nella minuscola chiesa del mio piccolo villaggio, abbiamo un altare dedicato alla Madonna della Cintura, a Santa Monica, a Sant’Agostino e a Santa Rita da Cascia; è anteriore al 1735. Secondo l’antico calendario liturgico,la festa di Santa Monica veniva da noi celebrata ogni anno il 4 maggio; la S. Messa era al mattino presto, perché subito dopo il parroco doveva recarsi alla S. Messa per S. Floriano, patrono della valle; e lo faceva sempre con mezzi di fortuna, non avendo automobile (era del 1909, compagno di seminario di don Albino); che avventure! Però a me, bambinetto, quel suo zelo faceva bene; mi incuriosiva su quei santi e, in particolare, sul venerando Sant’Agostino e m’era spontaneo passare dalla domanda: «Chi era Sant’Agostino?» all’altra: «Chi sono i vescovi?». Le prime e fondamentali risposte di teologia dell’Ordine Sacro, e quindi di ecclesiologia, le ho avute ai piedi di quell’altare.
Quelle risposte mi ispirano ancora e mi fanno credere con certezza, in una specie di antico sensus Fidei lì appreso, che:
a) Sarebbe bene che le diocesi fossero vere comunità e che, perciò, per quanto possibile il pastore (vescovo e sacerdote) e i fedeli fossero tra loro in un effettivo rapporto mentis et cordis, di conoscenza e di aiuto reciproco, «nel suo nome». Diocesi troppo vaste, per quanto umanamente prestigiose, hanno l’handicap di snaturare il senso del proprio essere e di diventare facilmente (come moltissime sono diventate) strutture amministrative dirette da vescovi e sacerdoti manager, quando non centri di potere in continuo raffronto e inevitabile compromesso con gli altri centri di potere, pubblici e privati, del territorio. Sarebbe bene perciò che le diocesi troppo grandi venissero ristrutturate e, ove opportuno, si avviasse un recupero effettivo di qualche diocesi antica, come – per stare nell’area alpina che conosco di persona – quella di Zuglio Carnico, ora sede titolare, nella quale l’arcivescovo di Udine non può, suo malgrado, che avere una presenza assai limitata.
b) Nello stesso tempo, l’effettivo «camminare assieme», mentis et cordis, dovrebbe essere attuato a livello di sacerdoti e di vescovi. Un tempo lo si faceva abbastanza regolarmente. In Cadore ancora un quarant’anni fa parroci e cappellani ci trovavamo quasi ogni domenica sera, ed era umanamente molto utile; ora, e ormai da tanti anni, non lo si fa più e la comunione vicendevole è scaduta, nel più dei casi, a questione burocratica e «di aggiornamento». Anche le Conferenze episcopali nazionali, così come ora impostate, mi sembrano troppo poco spazi e realtà di comunione vicendevole. Eppure il ritrovarsi, anche non programmato, dovrebbe essere una necessità mentis et cordis…
Pur avendo il desiderio e il bisogno interiore di accennarLe ad altro, capisco che devo fermarmi. Assai difficilmente Lei potrà leggere questo mio scritto, che pure indirizzo esplicitamente a Lei ed è pensato per Lei. Chissà che lo legga almeno qualcuno della Curia e non abbia perso tempo invano, o quasi…
Mi benedica nel cuore di Cristo! Grazie.
Coi di Zoldo, 17 maggio 2025
don Floriano Pellegrini
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